il nero muove e perde in tre mosse
voi non capite, io aborro i lietofine.
Giuro.

Queste cazzo di trame con il buono che vince perché è buono.
La fortuna che assiste gli sfortunati.
L'amore che trionfa.

non capisco come non possiate capire, come possiate non capire.
è diseducativo, le cose non sono così, non vanno così, i puri di spirito si corrompono e gli affamati muoiono, e tutti hanno dovuto impegnare qualche organo vitale per vivere appieno il loro fallimento umano.

Il lavoro che hai perso per vizio.
L'amico che hai tradito per interesse.
Il barbone che hai picchiato per tedio.
La famiglia che hai distrutto per lussuria.

Ognuno avrà il suo fantasma a tenergli compagnia quando solo, porterà il nome di una vittima nella filigrana di capillari nelle palpebre, ognuno sarà il suo demone.

E solo santi e demoni vanno avanti, e non c'è tal cosa quale un santo.

Io cerco il sangue e la vita, bramo sofferenza e realtà.
E cosa trovo?
Il bianco vince, e con verosimiglianza media inferiore ai film Disney.
Questo paradigma buonistico mi urta.
Mi chiedo se sia paura di narrare il vero.
Se sia un mero tentativo di sfuggire alla realtà, di immaginare pur di non vedere, come del resto è la religione.

Il punto è che le banalità edulcorate di cinema e letteratura sono fatte a brandelli dai vivi spigoli della realtà reale. e se non sanguini non sei mai stato vivo, scusami.


capisci?

[EDIT: la vita che imita l'arte che imita la vita non è vita]
hajime
quando pronuncia quelle esatte parole reagisci d'istinto.
Il tuo corpo si muove autonomamente, ripetendo il movimento allenato in anni di dojo. Con una frazione di secondo di ritardo su te stesso realizzi di essere in un perfetto zenkutsu dachi da kumite, il bacino aperto, la posizione salda, il peso ben distribuito. Serri il pugno destro al fianco, palmo chiuso verso l'alto. Inizia la torsione del bacino, fletti leggermente le ginocchia per convogliare meglio la spinta proveniente dai piedi. Sta ancora parlando, sta concludendo la stessa frase, e già il tuo pugno viaggia verso il suo bersaglio, compie una rotazione interna di 180°. Il bacino si chiude, il piede destro spinge. Il contatto è perfetto, nocche di indice e medio arrivano contro la base del naso, il labbro che nasconde l'attaccatura degli incisivi superiori centrali.
Nel momento del contatto contrai ogni muscolo del corpo, proiettando il tuo intero peso attraverso le due nocche serrate fino a non avere più sangue.
Il rumore non è sordo come ti saresti aspettato, saliva schizza ovunque, l'onda d'urto deforma rapidamente il suo volto, mentre l'ira balena sotto alla tua pelle. Alcuni denti spezzati mordono il tuo pugno. La spinta continua, il setto nasale si rompe e penetra nel cervello.
Non hai ancora preso fiato, non scorre ancora il sangue.
Cade come corpo morto cade.
Le sue ultime parole riechieggiano ancora nell'aria e nella tua mente.
Inizia a sgorgare il sangue, prendi fiato.
Sbatti le palpebre, rispondi, concordi, il discorso prosegue blando. Non un fremito del tuo volto, sangue dai pugni chiusi in tasca.
destinazione
Spinse il pesante portone, appoggiando la mano sulla parola VERITAT.
Fu accorto e non sfiorò il punto interrogativo.

Percorse l'ampia navata posando un piede davanti all'altro.
La tassellazione del pavimento era affascinante, ma affascinare non era il suo fine.
Presto intuì la codifica.
Riconobbe in quei pattern la mano di un genio, qualcosa di deliziosamente razionale, di squisitamente umano.

puro
zucchero
sinaptico

si disse.
E, nella sapiente alternanza di forme e colori, vide.
Colse lettere, poi parole, poi frasi.
Finalmente fu il significato ad emergere dalle lastre di marmo policrome.

Era una storia. La storia di una vita. La sua.

Camminò a lungo, ripercorrendo gli eventi vissuti, proiettandoli nella mente mentre li leggeva, con ritrovata vivezza di particolari, dal pavimento del Tempio.

Ricordando e riscoprendo.

Rivivendo.

Giunse al punto in cui era narrato del suo giungere in quel punto. Non guardò oltre.
Si sedette su una piastrella rossa, esagonale, e attese.
Su quella piastrella rossa, esagonale, attese Dio.
Tennero conciliabolo.
Dopo molto tempo si rialzò in piedi, fermò l'epistassi, proseguì verso l'altare.

[]Tremava ma non per il freddo perché freddo non faceva. Non dire niente. Non chiamarla. Quando la raggiunse lui le porse la mano e lei la strinse. Era così bianca nell'oscurità che sembrava ardere. Come un fuoco fatuo in una foresta buia. Che ardeva freddo. Ardeva freddo come la luna. I fluenti capelli neri si adagiavano morbidamente sui paramenti sacri. Lei gli mise l'altra mano sulla spalla, guardò la luna oltre il rosone lontano, non dirle niente, non chiamarla, e infine si voltò a fissarlo. Ancor più dolce per quel piccolo furto di tempo e di carne, ancor più dolce a causa dell'inganno. Me quieres? disse lei. Sì, disse lui. Poi la chiamò per nome. Dio, sì, disse lui.


L'alba li colse già svegli. Basso lo sguardo di lei, sotto il peso degli eventi a venire, colmi di luce gli occhi di lui, placando una sete lontana.

Lascia che ti dica come va, le si rivolse.
E ripetè quanto gli aveva detto Dio, ma in realtà stava parlando ad entrambi. Di entrambi.

Questo non significa nulla, gli rispose lei, sai che so come sarà.

Non è questo che vuoi.


Le volute dei capitelli. Le proporzioni fra le navate. La curvatura dei contrafforti. Le iscrizioni sui tabernacoli. Tutto qui è significato.
Questo luogo riporta la traiettoria di ogni granello di sabbia nel vento, narra gloria e rovina di ogni impero di là da venire, conosce e tramanda.
E non esistono teleologismi imperscrutabili, ma solo completo determinismo frutto di totale conoscenza del mondo. Qui, e qui solo, passato e futuro si legano nella poetica giustizia fra causa ed effetto. Quanto è stato e quel che sarà risplendono intrecciati in un'eterna ghirlanda brillante.
Qui Dio è prigioniero.

Qui TU sei prigioniera.

Io sono questo luogo, è parte di me e gli appartengo, ne ho creato ogni recesso, conosco ogni variabile. Tu credi esistano alternative fra gli effetti perché non vedi buona parte delle cause.

Lui cercò il suo sguardo.

non sai come potrebbe essere
le porse la mano
lei la rifiutò
non so come non sarà

Tacquero.

Fu lei, infine, a rompere il silenzio.

Questa non è che una tappa, una fra tante sul tuo cammino.

Il mio viaggio non ha più destinazione, non ha fine se non il viaggio stesso. Voglio fermarmi.


Non puoi fermarti. Sei acqua nel fiume degli eventi, scorrete assieme, non puoi che soccombere e piegarti alla parte che altri hanno scritto per te, e che è qui in qualche luogo intarsiata.

Quindi vieni con me, gli disse.

Si diressero verso l'abside.
Camminarono fianco a fianco. Fra loro l'abisso era immenso.
Arrivati ad un altro portone fittamente decorato di parole, lui appoggiò la mano sull'unica che sembrava non risplendere di luce propria. Una parola lieve e terribile, il nome di un Dio infinitamente più potente e crudele di quello che entrambi avevano conosciuto.
Farei qualsiasi cosa, le disse.
Lei nascose sotto il palmo il punto interrogativo luminoso sull'altra anta.
Non puoi fare nulla, gli rispose.
Ognuno spinse il proprio battente, insieme varcarono la stessa soglia.
L'eco dei loro ultimi, dissonanti pensieri echeggiò amplificandosi lungo le navate
ed il Tempio, impercettibilmente, tremò.
desperational
Lascia che ti dica come va.
Come sta andando e come andrà, in un unico continuum.
delirante e cosciente / disperato e consapevole.

Sei in questo posto meraviglioso, isolato, idilliaco. Un laghetto di montagna.

Tutto concorre al senso di gioia, spensieratezza. I colori sono innaturalmente brillanti, i contorni morbidi ed arrondati, i profumi inebrianti e senza origine, anche l'aria ha un vago sapore di cannella, se ciò ti è gradito.
Forse è la reale realtà che nel quotidiano non riesci a cogliere, o forse è un autoinganno più o meno consapevole.
O forse è l'effetto di un cocktail di farmaci e tranquillanti, e in realtà il tuo sorriso ebete distorce un viso emaciato e senza labbra, ed il tuo corpo sussulta nell'abbraccio di una camicia di forza, ed il tuo pensiero si condensa sulle pareti asettiche della tua cella per poi convogliarsi in rivoletti furtivi e sparire per sempre attraverso i canali di scolo.

Ma non è questo il punto.
Il punto è che, ecco, per te quello è il Nirvana.

Loro sono lì, come se ci fossero sempre stati. Ingenui ed affettuosi, non hanno mai imparato a temere l'uomo.
A temere te.
Tiepidi, morbidi, profumati.
Gli occhi grandi, umidi, riflettono la tua stessa luce.
Forse sei curioso, forse solo qualcosa di diverso, e allunghi la mano, ne cogli uno, lo porti a te, lo abbracci, ricambiato.

E ti senti in equilibrio con l'Universo, felice, nella squisita pace dei sensi.
Vorresti che quell'istante, quello scampolo di secondo si cristallizzasse in eterno, vorresti morirci dentro, immobile ed estasiato.
Senza rendertene conto il tuo respiro si fa affannoso, i muscoli si tendono, l'abbraccio diventa una morsa. Lui (lei?) tenta di divincolarsi, e per te è il panico, non vuoi perdere l'attimo che hai colto, non vuoi rinunciare a quello spiraglio di infinito.
E serri la presa, disperatamente, fino a sentire le ossa scricchiolare, fino a fermargli il cuore.
E poi ancora, facendogli esplodere gli occhi nei tuoi.
E ancora, e ancora,
e le costole si spezzano e gli trafiggono il torso dall'interno.
E ancora, e ancora.

Disperato, getti via il cadavere che hai creato. Scomposto nell'erba zuccherina, il capo riverso, cervella e sangue che colano fuori dalle orbite cave.
Riempiti gli occhi di lacrime.
Gli occhi ti si riempiono di lacrime, perché così hai scritto.
Realizzi quanto hai fatto in un improvviso lampo di bianco.
Sono gli eventi che ti hanno portato a questo.

Gli altri sono troppo stoici o stupidi per fuggire.
Qualcuno sembra percepire qualcosa di strano, ma nulla più.
Altri, i più semplici o sadici, piroettano nel sangue, simulano goffi passi di danza attorno al cadavere, fanno festoni con gli intestini.

Tu li guardi, attonito, attraverso il tuo velo di lacrime.

E cogli dettagli nuovi.

Il ghigno all'angolo della bocca di quello laggiù. La mano storpia di uno, lo sguardo corrotto dell'altro, il colore malsano di un terzo.

Cominci a temerli, ed a scacciare quelli che si avvicinano a te saltellando festosi. Ma loro non sanno, o non vogliono, o più terribilmente non possono, temerti.
Colpisci, ferisci, e le lacrime non smettono di scorrere.
Ogni ulteriore occhiata che lanci attraverso il velo del tuo pianto disperato aumenta il tuo terrore. Li vedi ingobbirsi, sviluppare rostri e tumori, deformarsi oscenamente.
Alcuni trascinano il loro ventre gonfio su decine di zampe storte, altri presentano chiazze glabre ricoperte di ulcere e vesciche, molti sono ciechi, tutti ghignanti.
Tu li attacchi, li mutili, li garrotti con le loro stesse budella, spezzi spine dorsali, strappi a morsi i volti dai teschi, uccidi.

Finché non ne rimane solo uno.
Tu sei immerso fino alle ginocchia fra i cadaveri fumanti, hai carne fra i denti e sotto le unghie, ti sei escoriato le mani. Stai ancora piangendo, ricordalo.
Lui(lei?) è un abominio, un grumo instabile di carne e sofferenza. Lo scheletro perfettamente delineato nella sua asimmetria sotto alla pelle maculata e tesa. Il ventre pieno di larve, la postura innaturale, le labbra mancanti, gli occhi bui.
Arranca lentamente verso di te, tenendo lo sguardo basso.
Tu provi odio.
Rancore.

Senza di lui sarebbe stato il tuo posto speciale.
Senza di lui sarà di nuovo il tuo posto speciale.

Scopri i denti con un ghigno animale, stringi gli occhi.
Fletti le gambe, stabilizzi la posizione, rotei le dita pregustando l'assassinio.
Lui è a pochi metri, si avvicina in modo sgraziato ma costante.
Ai tuoi piedi alza la testa e ti guarda negli occhi.
Lascia che ti dica come va, dice con voce grave.
Ma le tue dita sono già serrate attorno alla sua trachea, le unghie mordono pelle e cartilagine.
Lui non oppone resistenza.
Contrai ogni muscolo del corpo, propagando morte dai talloni ai polpastrelli.
Si spegne.
Smetti di piangere, perché così hai scritto.

Allenti la presa e lo lasci cadere. Torni al lago. Ti ci immergi fino alla vita, riempi le mani a coppa, le porti al volto per mondarti da sangue e lacrime.

Resti immobile. Incredulo.

Ripeti infantilmente il gesto, sfregandoti le palpebre.

Li rivedi, tutti, com'erano prima di quel terribile abbraccio.
Con gli effetti di quel terribile abbraccio.

Corpi aggraziati straziati dai tuoi morsi, lineamenti perfetti sotto maschere di sangue e viscere.
Occhi grandi, umidi. In ogni coppia di retine è impressa l'ultima immagine che hanno registrato, quella che forse hanno portato via verso un altro laghetto, o che forse li tormenterà senza sosta mentre fluttuano nella fredda parte del mondo, nell'inumana eternità.

Quello che vedi in fondo ai loro occhi morti è la tua immagine.
I tuoi lineamenti distorti, deformati, una versione mannara di te.
Nemmeno i tuoi occhi sono gli stessi, sotto la patina di lacrime e sangue.

Quello che accade poi non mi è noto.
Forse sei fuggito e hai dimenticato tutto.
Forse le tue ferite si chiuderanno, forse stai perdendo il senno.
Forse sei sprofondato nell'apatia.
Forse ti strapperai la vita di dosso. Lentamente.
Forse hai trovato un altro laghetto da sporcare di sangue.
Forse sarai vittima degli abbracci e della carneficina di qualche altro sognatore.


Qual è la realtà, se la si osserva solo attraverso lacrime e sangue?
Può la verità essere un mero dipinto di sale e plasma?

Forse, nel cieco terrore, hai visto veramente il mondo.
Forse hai volutamente dipinto dolore e sofferenza dove non c'erano, perché volevi qualcosa da odiare, qualcosa di bello da distruggere.
Forse è semplicemente uno scherzo del tuo cervello inceppato, del tuo cranio scoperchiato su un tavolo d'acciaio da un neurochirurgo che ora ti stimola la ghiandola pineale con un elettrodo, o più semplicemente un'infermiera ti ha spento una sigaretta sulla palpebra.
Ma non è questo il punto.

Tu vedi un cerchio, io una spirale.
E abbiamo tempo.
Tutto il tempo del mondo, in questa fredda parte del mondo.
In questa inumana eternità.
Twelve different shades of black
Mi capita sovente di incrociare questo ragazzino.
Non gli ho mai chiesto il nome, non è rilevante. Potrei chiamarlo con un paio di iniziali, magari volutamente fittizie o fuorvianti, come per i pazienti degli ospedali psichiatrici o gli indagati minorenni nelle colonne di nera.
Ad ogni modo.

Ecco, spunta sovente dalla folla.
Da quando ci ho fatto caso la prima volta non ho più potuto farne a meno.
E lo incrocio ovunque.

Che poi. Ragazzino. Alle volte ha mille anni.
Sempre più spesso ha mille anni.
Altre, invece, lo guardo guardare albe o tramonti o altre puttanate e lo vedo vedere più di quanto io veda.
Con lo sguardo rivolto al cielo, la testa alta, immerso nel più soave senso di meraviglia.

Mi basta aspettare, e lui ritorna ad ingobbirsi, a guardarsi i piedi, negandosi ogni altra boccata di azzurro.
Come crepe sul ghiaccio, torna a ridisegnarglisi in volto un arabesco di rughe.
E in quelle rughe io leggo i suoi mille anni.
Alcune agli angoli della bocca, a ricordargli e ricordare di sorrisi.
Molte, troppe, fra le sopracciglia e sulla fronte, a memoria degli anni passati a non sorridere.
A ringhiare.

Dorme spesso con gli occhi aperti. E io mi siedo al suo capezzale, mi appoggio lentamente ai gomiti, e guardo. Creature terribili nuotano negli abissi delle sue pupille.
Ne è cosciente.
Sta a me nutrirli, mentre lui dorme.
Di questo lui non è cosciente.

Mi sono trovato ieri sera a guardarlo dormire a cielo, lassù.
Gli occhi immobili e umidi di coloro ai quali la fase REM è preclusa.
Le braccia conserte a rifiutare il conforto del cielo stellato.

Per un attimo ho pensato di ucciderlo, ma poi no.
Non sono mica il buon samaritano, io.
Anzi.
L'ho guardato giacere immobile, semiaddormentato, esalando vapori di alcool fino a recuperare la piena sobrietà.
Con una lumaca sulla mano a testimonianza del suo disinteresse per il mondo.

L'ho guardato alzarsi, prendere fiato, guardare un'ultima volta il cielo, ed espirare guardando, ancora una volta, a terra. L'ho aspettato sul sedile dietro della sua auto, come di consueto.

Quando è salito ed ha messo in moto senza attaccare l'autoradio ho capito che aveva capito.
Vieni davanti, mi ha detto, parliamo.
KW:WK
(evasione)
Voglio liberarmi dalla costrizione di questo sacco di carne.
Voglio estrapolarmi da fluidi e organi, voglio drenarmi fuori.
Voglio uscire.
Voglio essere libero da me.
Voglio abbandonare la grottesca ferinità del mio corpo, le sue passioni, pulsioni, funzioni.

(distruzione)
Cavare gli occhi per liberarsi dall'imprecisione della soggettività percettiva.
Strappare i nervi per non sentire più il dolore.
Forare i timpani, cauterizzare la bocca.
Bruciare i polpastrelli per superare questa rozza interazione col reale.
Voltare le spalle al fenomenico.

(ibridazione)
Voglio sensori ottici precisi al picometro installati nelle orbite.
Voglio radar, ampolle di Lorenzini artificiali, nanotom.
Voglio sonde neurali su ogni singola sinapsi.
Voglio costruire ponti di silicio e acciaio chirurgico fra me e le macchine.
Voglio andare oltre. Per vedere la verità.

(traduzione)
Digitalizzare gli impulsi nervosi, codificare il cervello.
Modellizzare, implementare, simulare, lanciare.
Niente muscoli, secrezioni, flaccide budella.
Solo una stringa di bits.
Diventare conoscenza pura, informazione. Astrarsi.

(ambizione)
Voglio replicarmi e propagarmi nell'etere.
Voglio ridere dell'umanità sbirciandola attraverso le webcams.
Voglio scrollarmi di dosso il tempo e lo spazio.
Voglio andare oltre Godel e cogliere il sapere nella sua cristallina interezza.
Voglio credermi Dio solo per aver dimenticato l'uomo.
Into the Mild
Ho scoperto che mi piace correre.
In salita.
Corro finché non sento male, finché non mi manca il fiato, finché non mi cedono le ginocchia.

E poi corro ancora.

Il che non vuol mai dire più di un'ora, ma è sempre l'idea di sporgermi oltre il limite -per quanto patetico possa essere, e per quanto patetica sia l'idea stessa, forse- che mi tenta e mi affascina.

La salita è una metafora potente, e anche se non sei Sant'Agostino ne percepisci la maestosità.

Mi piace sentirmi solo, estraneo a tutto, in mezzo agli alberi anziché alle persone.
E ascolto musica.
Meshuggah, che mi rilassano come null'altro.
Technopunk, EBM, elettronica di vario genere.
Musica grezza, asettica: poche parole, zero significato, solo suoni-rumori.
Cerco la perfetta sincronia e sincronizzazione fra il mio ritmo, quello della corsa, quello in cuffia.

Non riesco più a tenere la posizione del loto, mi arrangio come posso.

Lascio andare i pensieri, liquidi, alla deriva. Ne seguo le scie colorate, ne ammiro le convoluzioni, poi le perdo di vista e spero che tornino arricchite con qualche nuova sfumatura di verde.
Non succede. Mai.

Quando mi arrendo, prendo fiato.
E mi volto, e scendo.

Non mi piace. Mai.
Mi dà l'idea di disfare quello che ho fatto.
L'andare ha per me il fascino del viaggio, della scoperta.
Tornare è un po' morire.

Vedere gli stessi posti da un'altra angolazione ne uccide il fascino.
E io correndo in salita non mi volto. Mai.
Con le immagini raccolte fra andata e ritorno si potrebbe tecnicamente crearne un modello 3d, mapparli in informazione, conoscenza.
E, per certe cose, io voglio stupirmi.

Al ritorno Jethro Tull, o Morricone, o classica, o silenzio.